Come la marea

 

Libri di Giuseppina D'Amato Come la marea
Libri di Giuseppina D’Amato: Come la marea

Come la marea 

Libri di Giuseppina D’Amato: Come la marea è l’ultimo romanzo che uscirà il 15 dicembre 2018. Acquista online QUI.

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Incipit 

D’autunno

Natalie Lamourson sedeva in mezzo al letto di ferro battuto avvolta fra le coperte, la schiena piuttosto arcuata e rigida, il busto ripiegato su se stesso in una posa statica e tesa. Sembrava simile a una statua scolpita nell’atto di contrarsi dalla pena. Il pallido corpo, venato di sfumature bluastre, quasi ricordava i marmi più rari; il candore sfidava la purezza della sodalite. Libri Giuseppina D’Amato marea

L’improvvisa frescura autunnale l’aveva colta impreparata e la rendeva piuttosto intorpidita e indolente. Rabbrividì. Poi accostò le gambe al ventre. Desiderò rimanere immobile e si arrotolò nel tepore delle lenzuola, coprendosi anche la testa, i sensi infiacchiti. Le uniche percezioni venivano dalla vista e dal tatto: i cigli socchiusi scrutavano il vacuo, mentre la pelle fremeva. La pigrizia, il tepore e la voluttà le fecero emettere un languido sospiro. 

Natalie 

Fu trafitta da un intenso brivido perciò si strinse a sé. Avvertì il proprio calore e lo assaporò. Rimase a lungo racchiusa come una crisalide. Quando si scosse, cercò una posizione più comoda. Si trascinò all’indietro sul materasso, facendo leva sulle braccia. Poi afferrò i guanciali e li sistemò contro la testiera dietro di sé. Distese il tronco e si appoggiò sui soffici guanciali e l’ultima tensione, che bloccava il collo, si sciolse.

Infine, poggiò il capo ai cuscini e chiuse le ciglia. Rimase persa alcuni attimi nella beatitudine del silenzio. Non un rumore proveniva dalle numerose stanze del castello. Neppure un suono estraneo filtrava nella penombra rassicurante e terapeutica dell’antica dimora. Un leggero fremito d’angoscia la distolse da quell’inconsueto oblio. Trasse le lenzuola fin sul mento. Si avvolse dolente nella trapunta calda e si sentì sollevata. Finalmente, il dorso indolenzito non le faceva più male. 

Ricordi Libri di Giuseppina D’Amato: Come la marea

Così accomodata nell’ampio letto, appartenuto a chissà quale antenata, prese a fantasticare. L’evocazione immaginaria la riportò indietro lentamente, e i remoti anni adolescenziali riaffiorarono alla mente. Tra le coperte tiepide, ricordò la tormentata giovinezza nel Convitto Sainte Jeanne di Grenoble. A quel tempo, le circostanze dell’esistenza le sembravano terribilmente complicate. Ogni evento era penoso. Tutto era già accaduto. I drammi familiari erano stati scritti da altri e recitati per lei sulla scena del personale teatro.Libri Giuseppina D’Amato marea

Con il passare del tempo le invisibili radici dei traumi si erano avvinte alla psiche nel profondo. La stringevano e soffocavano l’emotività, lacerandola. Allo stesso modo i dolori germogliarono e la tribolazione generò strani frutti. Infine, l’angoscia del rifiuto esplose in pungenti gesti e convulse fughe alla ricerca d’affetto. Era la propria anima che cercava e stentava a riconoscerla, si disse.

Sabine Libri di Giuseppina D’Amato: Come la marea

All’epoca, aveva eletto a ruolo di confidente una ragazzina timida e introversa. Sabine. Qual era il casato? L’ho scordato. Poco male. Sono trascorsi molti anni da allora. Eppure quel cognome è qui sulla riva della coscienza, esitò. Rivide loro due, bambine, intente a divertirsi e a bisticciare con impegno e genuinità negli ampi spazi del convitto. libri Giuseppina D’Amato marea

A quel tempo, ogni ambiente era un luogo in cui perdersi, vivere fantastiche avventure e abbandonarsi al preludio di quell’incerta e imminente giovinezza. Le camere spaziose, i saloni, la veranda e il cortile erano inconsapevoli e taciti testimoni dei loro piccoli screzi infantili e dei sogni futuri. Perciò sorrise dolcemente all’amica e ai reciproci dispettucci e alla remota infanzia capricciosa e ribelle.

Javotte. La piccola e timida collegiale si chiamava Javotte. Era Sabine Javotte, si sovvenne improvvisamente, toccandosi le tempie, quasi a voler sollecitare la memoria a riaffiorare nitida e precisa.

In quel momento ripensò ai primi amori e all’incerto ingresso nel mondo degli adulti. Poi prese in esame le difficoltà d’allora. Rivide gli errori e le indecisioni passate.

L’adolescenza Giuseppina D’Amato  romanzo marea  

La memoria, come un acceleratore d’immagini, corse l’esistenza. I fotogrammi mentali, uno dopo l’altro, ricomposero le scene pregresse. I personaggi di ieri si mossero in rapide sequenze. La percezione emotiva attivò nell’inconscio l’illusione di poter assistere al film della giovinezza. Si spinse oltre nel favoloso inganno per rivivere le antiche emozioni, assaporare il gusto agrodolce dell’età giovanile e percepirne il profumo. Infine, si rivide ingenua e speranzosa il giorno del diploma. 

Subito dopo, ripensò agli scambi di vedute coi familiari nel decisivo momento della scelta degli studi.

«Potresti iscriverti alla Facoltà di Scienze Politiche», suggerì la mamma. 

Non volle. Mai avrebbe accolto il suo consiglio, allora. Temeva che volesse spingerla a intraprendere la carriera diplomatica. Non si fidava di lei e respinse decisa il suggerimento. I conflitti intra familiari e personali le dividevano e minavano profondamente il loro rapporto. Purtroppo, quei contrasti erano ancora irrisolti. 

Nonno Jacob la incoraggiò verso le Scienze Agrarie, poiché sognava un futuro nell’azienda di famiglia. 

«Mi dispiace. Sono inadatta a gestire lo château», gli spiegò.  

«La mia vocazione è altrove, ma sono indecisa», gli confidò.

«Rispetto la tua scelta, qualunque sia», il nonno nascose la delusione dietro il sorriso. 

I modelli di Natalie Libri Giuseppina D’Amato  marea  

Fin da bambina aveva ammirato la sorella e il suo amato. Erano il suo modello e le uniche persone che giudicava degne di stima. Lei, provata sin da piccola dagli inspiegabili eventi familiari, li venerava al pari di idoli vicini. Era estasiata dinanzi al loro amore e alla determinazione con cui lo difendevano. Ogni gesto era splendido e potente. La purezza del loro sentimento era ammirevole ed esemplare. Entrambi studiavano Medicina a Grenoble. Avrebbe voluto seguirne la strada, ma una sorta di pudore o, forse, il timore del confronto la persuase a desistere e scelse la Facoltà di Farmacia.

Semidistesa nella comoda alcova, pensava alla vita e sorrideva benevola all’adolescente orgogliosa e testarda ch’era stata.

Si era iscritta all’Università di Grenoble, la sede accademica vicina al demanio di Villombre nel comune di Chambéry. L’immaginazione mostrò il montaggio del periodo universitario in rapida successione cronologica. Scorse il film degli anni accademici pieni di lezioni, studio, esami, rari momenti di divertimento con gli amici e altrettanti fugaci attimi d’amore. 

La laurea libri Giuseppina D’Amato marea

Via via l’unione delle scene nel filmato immaginario mostrò il giorno della laurea e del dottorato di ricerca. Era impegnata e, dopo aver conseguito la specializzazione, divenne ricercatrice e assistente universitaria. Teneva alcune lezioni agli studenti. Le sue dissertazioni accademiche erano seguite da molti universitari che n’apprezzavano la chiarezza e il moderno metodo espositivo. Riusciva sempre a catturare l’attenzione della platea coi temi che toccavano studi scientifici all’avanguardia.

Ella era una delle poche assistenti in grado di suscitare l’interesse e la riflessione partecipata dei critici ascoltatori. Di sicuro, la bravura era dovuta all’innata capacità d’affascinare l’auditorio con l’eloquio vivace e intelligente, ma era anche frutto d’applicazione continua. Si dedicava alla ricerca e allo studio senza posa. Però, amava la compagnia, il ballo e la trasgressione nel tempo libero. Il lunedì tornava a vestire i panni della docente seria e professionale. La modalità disimpegnata di rilassarsi era liberatoria. Come la marea Libri di Giuseppina D’Amato

Il sabato sera  Libri di Giuseppina D’Amato: Come la marea  

Il sabato sera, dopo essersi spogliata degli abiti consueti e aver tolto dal volto e dall’agire i modi seriosi della professoressa, indossava vestiti seducenti e all’ultima moda. Poi si dedicava al maquillage. Sedeva davanti alla specchiera e trasformava i lineamenti del viso dai tratti delicati e orientali con un trucco ricercato e pesante, finché mutava aspetto. Chi la vedeva abbigliata da discoteca faticava a vedere in lei un’intellettuale o una studiosa. Era più probabile che la scambiasse per una modella o un’attrice, comunque appartenente al mondo dello spettacolo. 

L’uscita era necessaria ad allentare la tensione. Il rituale della vestizione e del trucco era una liturgia liberatoria. Uscire e scatenarsi nel ballo rappresentavano una cerimonia pagana, una specie di rito tribale in cui sciogliere il corpo, perdersi nella musica e nella stretta del ballerino.

L’appuntamento Libri di Giuseppina D’Amato: Come la marea  

Quella era una serata speciale: aveva appuntamento con una coppia di amici per andare al Disco Night, la discoteca più alla moda di Grenoble. 

Aveva riposato abbastanza. Pensò che una doccia calda le avrebbe tolto il malessere residuo. Si sentiva fragile e svogliata. Le membra erano scosse da tremiti ricorrenti e inarrestabili che le toglievano le forze e mozzavano il respiro. Stava male e le fluttuazioni delle braccia la rendevano ansiosa. Avrebbe preferito restare lì, ma aveva preso un impegno ed era un imperativo mantenerlo. 

Le conveniva tornare, si disse. L’indomani era domenica e avrebbe dormito a lungo. Lunedì sarebbe stata riposata e pronta per andare a lavorare. 

I preparativi per la discoteca Libri di Giuseppina D’Amato: Come la marea  

Entrò in bagno. Aprì l’acqua. Quando si levò il vapore si mise sotto il getto tiepido. Provò un senso di voluttà, mentre la stanchezza si liquefaceva al calore. Strofinò la pelle e l’intenso profumo della schiuma sbiadì nel risciacquo. Mise l’accappatoio, tamponò il viso e fonò i capelli. Indossò il perizoma scuro e, mentre sistemava sui fianchi stretti le fettucce, le parve scomodo. Allacciò il micro reggiseno di pizzo nero e sistemò le spalline. Si vide nello specchio e ammiccò al riflesso della propria immagine. Si piacque. Poteva andare. 

Considerò che l’aspetto fisico competeva con l’intelligenza. Allora le passò per la mente che, se gli altri non avessero visto la bellezza e avessero notato la mente, l’esistenza sarebbe stata migliore. 

Sedette alla toilette da trucco e stese sul viso uno strato spesso di fondotinta terroso. Un pesante velo d’ombretto azzurro sfumò le palpebre. Allungò le ciglia con il pastoso rimmel nero e, infine, dipinse le labbra color geranio. 

Indossò una tuta aderente di raso blu e chiuse la lunga cerniera sulla schiena con un rapido gesto. Sistemò i voluminosi cuscinetti e le ampie maniche arricchite da numerose pieghe. Allacciò paziente i numerosi bottoni dei polsini alti. 

Mise un’appariscente cintura blu oltremare cangiante e agganciò la fibbia. Al collo appese una catena d’oro. Eccomi pronta! S’ammirò nella specchiera. 

La partenza Libri  marea   Giuseppina D’Amato

 

Prese la valigia che aveva preparato nel pomeriggio e discese al pianterreno. Attraversò il salone oscuro e silenzioso e raggiunse la cucina dove Marie, la governante, preparava la cena. 

«Dove sono gli altri?»

«I nonni sono nelle cantine con Moussa.»

«Loro sono qui?»

«Hanno accompagnato le bambine a una festa. Mi hanno detto di salutarti. Torneranno tardi», confermò.

Ella annuì.

«Ti senti meglio?» si preoccupò.

«Sì, Marie. Il riposo e l’aspirina mi hanno giovato», la tranquillizzò.

«Parti?»

Assentì nuovamente. «Prima passo dalle cantine a salutare i nonni.»

«Mangi qualcosa?»

«Che cos’hai preparato?»

«Una minestra di legumi e una quîche cipolle e formaggio.»

«Ehm, ceno e poi vado.»

La cena 

Marie servì la minestra calda. Poi ripose in un cestino da colazione alcuni vasetti di salse, che aveva preparato. Aggiunse pane e biscotti casalinghi, una torta salata e altre provviste che via via avvolgeva in carta stagnola e pellicola trasparente. La premurosa Marie si dava sempre un gran da fare quando lei ritornava. Prima le cuoceva le pietanze preferite e poi non mancava di riempirle il cestino dei viveri. Era stata la sua tata e, tuttora, la vedeva come la sua bambina, tenera e indifesa. 

Ella era un’importante referente, ché si prendeva davvero cura di lei. L’aveva allevata con sincero affetto, meglio di una vera madre o di una prozia o una nonna. 

L’aveva vista crescere e, un triste e deplorevole giorno, aveva dovuto assistere impotente alla sua partenza. Il distacco fu doloroso, ma i familiari furono irremovibili. Se ripensava a quei momenti, si rabbuiava. 

I torti subiti 

Povera piccina, la mandarono a studiare lontano. Voleva restare. Quanti pianti. Che strepiti hanno dovuto udire le mie orecchie. Il cuore s’infranse nell’istante in cui mi comunicarono la decisione, recriminava Marie, rammentando il colloquio con Brenda, la madre di Natalie. «La bambina andrà a studiare in città, il prossimo autunno: a Villombre le scuole sono inadeguate. Abiterà al Collegio Internazionale Sainte Jeanne e ritornerà nel weekend.»

Tentò di replicare che la bimba voleva rimanere, ma un’occhiataccia di madame la zittì. Lei continuò a implorare. «Potrebbe viaggiare. Moussa è disposto ad accompagnarla», replicò.

Allora s’intromise Jacob, e il proposito sfumò. «Moussa deve aiutare me al podere. Ci vogliono sacrifici per mandare avanti la tenuta. Lui non fa lo chauffeur di mestiere. È un contadino ed è giusto che lavori in campagna.» 

Ci fu poco da fare. Tutti sapevano che le vere ragioni erano altre, ma dovevano essere taciute. S’inventarono un mucchio di scuse: Jacob aveva intensificato l’attività di viticoltore, la gestione dello château era impegnativa, ed Eloise era persa tra i fiori, gli orti, il canto e le sue arti. 

Brenda, la madre Giuseppina D’Amato scrittrice della marea

Il motivo dell’allontanamento era diverso: Brenda stava per sposare quell’avventuriero, un giornalista che faceva l’inviato del National Geographic. Inviato speciale lo chiamavano. Che cosa significava? L’americano, secondo Marie, era la causa dell’infelicità di Natalie. Portò via Brenda, e la piccina rimase orfana di entrambi i genitori. Se ci ripensava, soffriva e, mentre rimuginava, la faccia tonda si tingeva di una bella sfumatura rosso cardinale.

«Marie, dammi poco cibo altrimenti va a male», le raccomandò Nat.

«Riponilo in frigo o nel congelatore all’arrivo. Vedrai che si mantiene», le consigliò la tata.

«Grazie, sei un tesoro. Ti voglio bene, Marie», la blandì, abbracciandola.

«Basta. Mi danno noia le smancerie», si sottrasse, borbottando, gli occhi allegri.

Marie 

Sapeva che era una tipa tosta e concreta da sempre. Smise le moine, represse lo slancio di gratitudine per evitare l’imbarazzo, sapendola poco avvezza alle confidenze e alle frasi mielose. «Ok, ma rilassati. Che fai tutta irrigidita? Giuro, non parlo più.» Appena finì il pasto, si alzò, l’abbracciò e depose un bacio sulla guancia. «Grazie. Ora vado. Arrivederci alla prossima settimana.» 

Marie, sconvolta e paonazza in preda a sorpresa e pudore, replicò un distaccato «Sii prudente», afferrò il cestino e si diresse con piglio deciso all’autorimessa. 

Lei la seguì col piccolo bagaglio. La tata depose il cesto nel cofano dell’utilitaria. Le tolse la valigetta e volle sistemarla accanto al paniere delle scorte, senza schiacciarle. Poi la salutò in fretta, un goffo cenno della mano sollevata in un brusco gesto di commiato. Volendo sfuggire al temuto pericolo d’altre effusioni smielate, sgusciò via furtiva e rientrò a passi frettolosi. 

I saluti

«Arrivederci, Marie», la salutò, accarezzando con dolcezza la sua figura grassoccia, mentre un sorriso benevolo e compiaciuto la seguiva. Nello sguardo tenero un misto di comprensione per la sua ritrosia e orgoglio per la certezza dell’affetto reciproco.

«Ciao, a venerdì prossimo», replicò brusca la bambinaia, ormai distante e al sicuro da coccole indesiderate, senza neanche voltarsi. 

Nat sorrise e decise di recarsi nelle cantine attigue, intendeva congedarsi dai nonni e Moussa che stavano preparando le botti per l’imminente travaso del vino novello. Dopo aver abbracciato forte e baciato teneramente i suoi cari, salì in macchina, mise in moto e partì per la vicina città.

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